Cosa, Come e Quanto ne Sappiamo.

Epilepsy_Drugs Capire gli effetti degli alimenti assunti quotidianamente sull’attività dei farmaci può favorire il compito dei professionisti sanitari nell’adottare le dovute precauzioni nella contemporanea assunzione di cibo e farmaci. Infatti, molti nutrienti possono interagire con i farmaci sia a livello farmacocinetico che farmacodinamico e molto spesso i risultati finali non sempre sono prevedibili. Questi imprevisti non solo possono ridurre l’effetto terapeutico sperato ma anche far nascere seri effetti tossici collaterali. Lo scopo di questo sito web è quello di fornire informazioni a riguardo delle più recenti acquisizioni scientifiche nelle problematiche che riguardano le interazioni tra Farmaci e Nutrienti. Esplora liberamente e lascia un tuo commento. Grazie!

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 Potenziali Interazioni Farmaco-Cibo in Pazienti Ospedalizzati in un’Unità di Cardiologia

Il controllo e la mitigazione delle interazioni Farmaco-Cibo sono oggi importanti sfide, sia per tutti gli operatori sanitari che per le stesse strutture sanitarie, pubbliche e private. In questa prospettiva, il verificarsi di una interazione innesca immediatamente farmacovigilanza e vigilanza nutrizionale. Per questo motivo, in ciascuna unità sanitaria ospedaliera dovrebbe essere presente un team multi-professionale che dovrebbe prestare molta attenzione non solo alle possibili interazioni tra i farmaci ma anche tra farmaci ed alimenti. 

I farmaci somministrati per via orale vengono assorbiti principalmente attraverso la mucosa gastrica e l’intestino tenue. Questi sono i siti prioritari per l’insorgenza delle più comuni interazioni tra farmaci ed i componenti della dieta, dal momento che cibo e farmaci subiscono processi di assorbimento molto simili nel nostro organismo.

Le interazioni sono sempre più frequenti proprio perché la maggior parte dei farmaci viene prescritta per via orale, specialmente come solidi, grazie alla facilità d’uso, al basso costo e alla maggiore aderenza al trattamento. Un altro fattore che può influenzare l’assorbimento di farmaci e/ o i componenti della nostra alimentazione è la quantità di farmaci prescritti, ovvero nel caso della politerapia. Ebbene, quando la prescrizione supera tre farmaci di diversa classe, esiste una maggiore possibilità che possano verificarsi interazioni significative. Ciò può comportare un cambiamento nell’efficacia del farmaco ma anche generare carenze nutrizionali per opera del farmaco su uno specifico nutriente. 

Uno studio presentato di recente da una equipe di medici brasiliani (Rev. Nutr. 2019;32:e180147,  http://dx.doi.org/10.1590/1678-9865201932e180147) ha avuto come obiettivo quello di analizzare potenziali interazioni farmaco-alimenti che si possono presentare in seguito a prescrizioni di farmaci a pazienti ricoverati nell’unità di cardiologia di un ospedale universitario di Rio de Janeiro, Brasile. Lo studio è stato effettuato su una coorte di 64 pazienti, di cui 36 uomini e 28 donne, con età compresa tra 61 e gli 80 anni. Di questi candidati pazienti, 43 individui avevano ipertensione, 25 avevano il diabete e 24 avevano cardiopatia come patologie caratterizzanti.

Inoltre, la prescrizione peR ciascun paziente considerato, conteneva un numero medio di 7,5 farmaci, numero che aumenta esponenzialmente le possibilità di una potenziale interazione farmaco-cibo. La prescrizione di farmaci era organizzata in tempi diversi in base al programma che prevedeva la somministrazione dei farmaci via orale tra le 06:00 e le 22:00, con una maggiore concentrazione al mattino presto e alla sera tardi, ovvero in concomitanza della colazione e della cena.

In questo studio sono state individuate ben 252 potenziali interazioni. Le classi di farmaci più ricorrenti nell’unità studiata sono state gli antipertensivi (40%), antiulcera (8%), antilipemici (7%) e antiaggreganti (7%). Di questi, i farmaci con più alto indice di interazione con gli alimenti sono risultati l’ acido acetilsalicilico (13%) e l’omeprazolo (13%). Anche l’atenololo (9%), il carvedilolo (8%), lo spironolattone (8%), l’idroclorotiazide (7%) e il warfarin (7%) si sono distinti tra quelli con potenziali interazioni.

Tra i farmaci, quello con la più alta ricorrenza e probabilità di interazione è risultato proprio l’Acido acetilsalicilico (ASA). Oltre ad essere un FANS, è anche un ben noto agente antipiastrinico che interagisce specificamente con la vitamina C (presente negli agrumi, kiwi e in alcune verdure) riducendone l’assorbimento e aumentandone l’escrezione. Si è registrata anche un’interazione con la vitamina K (presente in vegetali e oli), riducendo le riserve organiche di questo nutriente e causando un aumento dell’escrezione di tiamina, acido folico e amminoacidi. Questi eventi spingono a raccomandare di non mangiare cibi ricchi di vitamina C e K in concomitanza o vicino all’uso di ASA, ma piuttosto dando preferenza all’utilizzo di ASA negli intervalli tra i pasti principali.

L’Omeprazolo, che appartiene alla classe dei farmaci antiulcera, interagisce con la vitamina B12 (presente in quantità elevate nelle proteine ​​animali) ed il ferro (presente nelle proteine ​​animali, leguminose e vegetali), causando esaurimento e conseguentemente un basso assorbimento di questi nutrienti. Pertanto, al fine di evitare tale interazione, è necessario non utilizzare omeprazolo insieme a cibi che sono fonti di vitamina B12 e ferro. Per questo motivo è raccomandabile la loro somministrazione una o due ore dopo la loro ingestione.

Tra i farmaci antipertensivi, si è evidenziato che l’atenololo in generale interagisce con il cibo, poiché può modificare la concentrazione plasmatica del farmaco, diminuendone l’assorbimento. Pertanto, è bene somministrarlo ore dopo i pasti. Infine, lo spironolattone, diuretico risparmiatore di potassio, interagisce con il cibo, favorendo l’assorbimento del farmaco ma ritenzione di potassio. Quindi, si raccomanda di non somministrarlo insieme a cibi ricchi di questo nutriente, come avocado e banana. Il Carvedilolo e idroclorotiazide, d’altra parte, danno origine, per paradosso, ad una proficua interazione. Infatti, il loro uso concomitante è raccomandato poiché il contatto tra il cibo e il carvedilolo riduce il disagio gastrointestinale e l’ipotensione ortostatica causata dal farmaco e, a contatto con l’idroclorotiazide, ne favorisce l’assorbimento.

Infine, il warfarin, che appartiene alla classe degli anticoagulanti, è tra i farmaci della sua categoria più descritto e conosciuto. Raggiungere livelli terapeutici ottimali di questo farmaco è difficile in quanto potrebbe interagire con un’ampia varietà di alimenti. L’interazione più conosciuta è con la vitamina K (presente in verdure come broccoli, cavoli, prezzemolo e spinaci): riduce l’effetto del farmaco, promuovendo la coagulazione del sangue e aumentando i rischi di trombi.

E poi lo studio se da una parte mette ancora in evidenzia l’importanza di conoscere le potenziali interazioni, dall’altra parte fa notare che alcune interazioni potrebbero portare benefici, come quella tra carvedilolo e idroclorotiazide. Infatti, usati in concomitanza con il cibo, riducono il disagio gastrico in quanto il cibo favorisce l’assorbimento del farmaco.

Quindi, attraverso la descrizione e l’identificazione delle potenziali interazioni farmaco-cibo questo studio è stato in grado di evidenziare la necessità di una migliore formazione del team multiprofessionale. Sulla base di una migliore conoscenza dell’argomento, può essere fornita un’assistenza più sicura e più efficiente.

Questo dovrebbe essere uno dei più importanti obiettivi per tutte le strutture sanitarie, pubbliche e private. Solo in tal modo sarà possibile garantire una maggiore efficacia terapeutica ma soprattutto con ridotti effetti collaterali che molto spesso sono quantificabili non solo in termini economici ma anche in termini di vite umane.

 Le interazioni tra il Microbioma e i Farmaci: un Ruolo Chiave nella Terapia Farmacologica.

In seguito alla somministrazione per via orale, i farmaci subiscono delle modifiche chimiche e i metaboliti risultanti possono avere proprietà funzionali e tossicologiche distinte dal farmaco principale. La maggior parte dei farmaci vengono somministrati per via orale per cui una volta raggiunto l’ambiente intestinale possono incontrare microbi commensali. 

Questi microbi, insieme ad altre entità, costituiscono il nostro microbioma, il quale codifica collettivamente geni presenti più di 150 volte maggiori rispetto al genoma umano. Molti di questi batteri codificano enzimi in grado di metabolizzare i farmaci. Questi effetti metabolici del microbioma sui farmaci non sono relegati solo a livello intestinali ma possono essere molto decisivi anche a livello sistemico. 

Le modifiche chimiche apportate dai microbi intestinali possono avere diversi sviluppi sui farmaci, come ad esempio, la loro attivazione (sulfasalazina), l’inattivazione (digossina) o renderli più tossici (sorivudina/brivudina e irinotecan). 

Per alcuni farmaci, la biotrasformazione microbica è stata attribuita a specifici ceppi batterici e correlati al loro corredo genetico. Ma sebbene per molti uno studio più approfondito è iniziato solo da poco, i risultati preliminari sono già clamorosi.

Gli individui variano ampiamente nelle risposte ai farmaci, che possono essere pericolosi e costosi, non solo per una diversa risposta al trattamento ma anche per gli effetti avversi che possono manifestarsi. Le evidenze crescenti chiamano in causa, per questa variabilità, il microbioma intestinale, sebbene i meccanismi molecolari rimangono in gran parte sconosciuti.

Se poi consideriamo che tutti gli individui presentono un proprio microbioma, molto più specifico delle stesse impronte digitali delle dita di una mano, allora possiamo capire quanto importante possa rappresentare questo problema.

Il 3 Giugno 2019 è stato pubblicato su Nature, un lavoro che può essere considerato come una sorta di pietra miliare nel campo dello studio delle interazioni Farmaco-Microbiota (Nature, Mapping human microbiome drug metabolism by gut bacteria and their genes, di A. Goodman et al. doi:10.1038/s41586-019-1291-3).

Gli Autori si son prefissati di analizzare sistematicamente le interazioni tra microbi e farmaci misurando la capacità di determinati batteri intestinali nel metabolizzare farmaci strutturalmente diversi e identificando i prodotti del gene microbico che metabolizzano i farmaci. 

In questo studio è stata misurata l’abilità di 76 diversi batteri intestinali umani nel metabolizzare 271 farmaci tipicamente usati per via orale, ed è stato scoperto che molti di questi farmaci sono modificati chimicamente dai microbi. Ancora prima di passare per via sistemica!

Lo studio permette di affermare che gli enzimi codificati con il microbioma possono influenzare direttamente e significativamente il metabolismo dei farmaci a livello intestinale e che la variabilità del microbioma presente in ciascun individuo, provoca differenze interpersonali nel metabolismo del farmaco. Tutto questo ha notevoli implicazioni nella terapia medica, poiché può spiegare come mai esiste una diversa variabilità tra individui nella risposta terapeutica ai farmaci, ma anche differenze legate allo sviluppo di reazioni avverse per i diversi metaboliti che si possono formare per azione dei batteri.

L’analisi del nostro microbioma è una tappa fondamentale nel prossimo futuro per capire chi siamo e come approcciare una terapia individuale che possa garantire una maggiore riuscita terapeutica e minori effetti collaterali.

 Gli Agrumi: quando il colpevole non è solo il Pompelmo!

Gli Agrumi: un fattore comune….

Le interazioni farmacologiche avverse dovute al Pompelmo e al succo di Pompelmo sono ben note e per le quali oggi le precauzioni da prendere e le relative avvertenze sono presenti anche nel foglietto informativo dei farmaci. 

Fino ad oggi, però, problemi simili non sono stati segnalati per le clementine e mandarini, e i dati disponibili sono scarsi, nonostante la discendenza genetica. Ma recentemente sono stati ottenuti risultati molto interessanti.

Nel lavoro pubblicato su European Journal of Pharmaceutical Sciences (Johanna Weiss e coll., Vol. 133, 15 May 2019, Pages 54-58. DOI: https://doi.org/10.1016/j.ejps.2019.03.013e lavori correlati http://dx.doi.org/10.1016/j.ejps.2016.11.021) sono stati esaminati in vitro gli effetti del succo di clementina sul metabolismo e sui trasportatori di farmaci, e confrontati con gli effetti del succo di mandarino e pompelmo. Ebbene, tutti i succhi degli agrumi considerati hanno indotto profondamente diversi trasportatori di farmaci e i relativi enzimi responsabili del loro metabolismo, sebbene gli effetti del succo di pompelmo restano più pronunciati (ad esempio, l’induzione di mRNA per il CYP3A4 da parte di succo di pompelmo e succo di clementina, sono rispettivamente di 156 e 34 volte). 

Questi dati indicano che le clementine ed il succo di clementine e, in misura minore, anche il succo di mandarino, possono portare ad interazioni cibo-farmaco simile a quelle già note per il succo di pompelmo, sebbene in misura differente e meno pronunciate. Pertanto, il succo di clementina simile al succo di pompelmo può generare potenziali interazioni farmacologiche con molti farmaci portando ad effetti collaterali avversi, ad es. attraverso sovraesposizione ai substrati del CYP3A4.

Tuttavia, il grado di interazione con clementine può notevolmente dipende dalla quantità introdotta con la dieta, dal tipo di coltivazione, ed il periodo di raccolta del prodotto ed è ovviamente differente dal potenziale interazione dei mandarini strettamente correlati. 

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